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DEPRESSIONE POST-AVATAR E LA NOSTALGIA PER UN PARADISO PERDUTO CHE NON ABBIAMO MAI VERAMENTE PERDUTO

Tutto ha avuto inizio nel 2009 dopo l’uscita nelle sale del primo Avatar.

Su Avatar Forums alcuni utenti cominciato a raccontare di sentirsi tristi e scontenti della propria vita dopo aver visto il film.

Nel primo Avatar James Cameron raccontava del tentativo dell’umanità di colonizzare Pandora, un magnifico pianeta incontaminato, dove i Na’vi, una razza umanoide blu, viveva in piena armonia con la natura, tra foreste tentacolari, montagne rigogliose e maestose creature naturali.

Nel thread sull’Avatar Forums persone di ogni area geografica del mondo hanno postato più di mille messaggi in cui hanno espresso emozioni e sentimenti simili.

Il thread è divenuto così popolare da spingere gli amministratori del forum ad aprire un altro thread sul tema per avere più spazio di discussione.

Il numero dei post è cresciuto ancora e la discussione, ripresa da altri siti fan, ha attirato l’attenzione dei media.

La CNN ha riferito che alcuni spettatori stavano sperimentando “depressione e pensieri suicidi e che in loro un sentimento cupo si accompagnava all’euforia per la bellezza del film.

La Terra sembrava divenuta a un tratto un posto grigio e triste se confrontato con i panorami incontaminati del film, la vita sulla Terra noiosa e vuota se confrontata con la simbiosi con la natura dei Na’vi. 

Da quando sono andato a vedere sono stato depresso. Guardare il meraviglioso mondo di Pandora e tutti i Na’vi mi ha fatto desiderare di essere uno di loro”, ha scritto uno spettatore. 

Contemplerei persino il suicidio se pensassi che facendolo rinascerei in un mondo simile a Pandora in tutto e per tutto uguale a Avatar” ha scritto un altro spettatore.

Queste emozioni non sono state riferite soltanto da alcuni degli spettatori che hanno visto il film appena uscito, ma anche da altri che lo hanno visto negli anni successivi.

Un fan ha fatto una stima di recente secondo qui tristezza e vissuti depressivi insorti dopo la visione del film sarebbero stati riferiti dal 10-20% degli utenti dei forum dei fan di Avatar.

Quegli stessi fan che hanno poi iniziato a condividere suggerimenti su alcuni modi per ridurre il consumo delle risorse naturali e gli sprechi.

Un fan svedese di 17 anni ha scritto: “Quando mi sono svegliato questa mattina dopo aver visto Avatar per la prima volta ieri, il mondo sembrava… grigio. È stato come se tutta la mia vita, tutto ciò per cui ho fatto e lavorato, avesse perso il suo significato. Sembra solo così … privo di significato. Continuo a non vedere alcun motivo per continuare a… fare le cose. Vivo in un mondo morente“.

Ha raccontato anche che dopo aver condiviso questi vissuti con gli altri fan, ha iniziato a interessarsi di filosofia e a trascorrere più tempo nella natura.

Avatar mi ha fatto sentire come se potessi sedermi in una foresta e semplicemente essere“, ha dichiarato il ragazzo al New York Times. Oggi ha 30 anni ed è sposato con una donna che ha incontrato su un forum di fan di Avatar da lui stesso aperto.

Quando è uscito il sequel, Avatar: The Way of Water, emozioni intense e contrastanti sono state descritte ancora una volta dai fan.

AVATAR E LA NOSTALGIA DEL PARADISO PERDUTO

Avatar mette in luce la perdita di connessione dell’essere umano con il mondo naturale, che si va a intrecciare con l’inquietudine per la crisi climatica.

Cameron evoca una connessione idilliaca degli abitanti di Pandora con la natura. Connessione che viene distrutta dall’essere umano colonizzatore con la sua tecnologia e lascia affiorare la nostalgia per un paradiso perduto.

Ma come ha sottolineato in maniera mirabile il filosofo Alan Watts, la linea di demarcazione tra naturale e artificiale è del tutto arbitraria.

In realtà gli esseri umani non sono mai stati veramente disconnessi dalla natura, hanno solo pensato di esserlo. Ed è proprio questo pensiero, falso, a farli sentire disconnessi e a farli comportare come se lo fossero.

Un pensiero arrogante e superbo si è impossessato delle menti umane quando, lungo il percorso evolutivo della nostra specie, ha cominciato a emergere la coscienza.

Il pensiero di essere in grado di non agire più d’istinto, ma di scegliere liberamente, ha fatto ritenere a molti esseri umani di essere diventati indipendenti dalla natura.

Mentre la natura, incurante, ha continuato a trattarli come esseri pienamente naturali, riaffermando sempre la sua presenza. Ma gli esseri umani, nel loro presuntuoso antropocentrismo, hanno considerato le sue manifestazioni come punitive, violente, fastidiose. Come se la natura veramente si interessasse di loro.

RESTITUIRE LA DIREZIONE DEI LAVORI ALLA NATURA

Se come esseri umani cercassimo l’unione con la natura, invece dell’isolamento, questa ricerca di connessione non implicherebbe quello che viene generalmente chiamato “ritorno alla natura”. Non dovremmo necessariamente rinunciare alle città, alle macchine e tornare a vivere nelle capanne nella foresta.

Come ha scritto Alan Watts:

“Ciò che nel mondo dovrebbe

accadere è che torniamo indietro ad una sana, equilibrata visione della nostra vita, che è ciò che siamo veramente: organismi che funzionano in simbiosi con l’intero ambiente, in sincrono ed armonia, senza tensione, senza sforzo, invece di questa buffa piccola personalità.

Ma come facciamo?

La gente dice: «Non puoi cambiare la natura umana dalla sera alla mattina! Ci stai chiedendo di mollare il nostro Ego! Ed è la cosa più difficile in assoluto da fare…».

Be’ non è vero, perché l’Ego in realtà non esiste. Ma ovviamente se cerchi di liberarti del tuo Ego attraverso il tuo Ego impiegherai tutta l’eternità. Perché tu non puoi trasformare te stesso: non puoi renderti equilibrato, né amorevole, né meno egocentrico. Però è assolutamente necessario che lo facciamo, e in fretta.

Se dobbiamo restituire la direzione dei lavori alla Natura, che è ciò che stiamo dicendo, è assolutamente necessario che molliamo il nostro Ego, che ci lasciamo andare, che molliamo, e questo non si può fare. Né volendolo, né simulandolo, né facendolo, e nemmeno accettando le cose. Non si può fare.

Perché?

Perché tu in realtà non esisti! Non nella forma di quella personalità separata o Ego. È solo un’idea, basata su una sensazione fasulla. E quando arriviamo a questo, sono notizie scioccanti per noi, per la razza umana, per il nostro orgoglio: nel tentativo di sistemare le cose stiamo solo facendo un casino. Cerchiamo di raddrizzare un mondo curvo e oscillante quindi non devi stupirti che ci stiamo incasinando.

CHE COSA PUOI FARE, ALLORA?

Quindi: non puoi fare niente, non puoi trasformarti. Che cosa puoi fare allora? Che cosa succede se ti rendi conto che siamo arrivati ad un vicolo cieco? …e la razza umana è arrivata ad un vicolo cieco secondo me. Allora? Ti suicidi? O c’è un’altra possibilità? Che succede quando aspetti a basta perché non c’è niente che tu possa fare?

Guardi.

E tutto ciò che vedi è ciò che accade di per sé: stai respirando, la brezza soffia, le chiome degli alberi ondeggiano, il tuo sangue circola, i tuoi nervi registrano sensazioni. Tutto accade da sé.

E sai: quello sei tu. Quello è il tuo vero [te]. Il [te] che accade da solo.

Non è il concetto, non è la persona, è il [te] che accade, come quando respiri. Certo puoi pensare che [tu] stai respirando se forzi il respiro, ma il tuo respiro va avanti giorno e notte senza che tu debba farci qualcosa o pensarci, allo stesso modo il tuo cervello sta funzionando senza bisogno che tu lo forzi.

Quindi quando arrivi ad un punto morto – e noi siamo ad un punto morto, sia individualmente che socialmente, proprio ora – questo è uno di quei momenti in cui si dice che la situazione disperata degli uomini è l’opportunità di Dio. Perché dobbiamo fermarci.

E quando ci fermiamo ci accorgiamo di un mondo che sta accadendo anziché essere fatto accadere, anziché essere condotto, controllato, guidato. Questo accadere, in contrasto con il fare è la nostra fondamentale essenza, che non è una cosa confinata dentro la nostra pelle, ma è ogni cosa attorno a noi con cui siamo connessi; quando guardi fuori attraverso i tuoi occhi verso la Natura che avviene là fuori, stai guardando te stesso.

Non dirò che cosa dobbiamo fare da qui in avanti, ma solo che prima che pensiamo di fare qualsiasi cosa in questa situazione critica, dobbiamo realizzare la completa illusione di ciò che pensiamo di essere, e tornare a ciò che siamo realmente, che include tutto questo mondo naturale esterno – che non deve più essere lasciato fuori.

Mi colpisce sempre di più che il nostro fallimento nel sentirci a casa in questo stupefacente cervello in cui viviamo, sia il risultato di un errore fondamentale, iniziale, nel modo in cui pensiamo il mondo, ed è di conseguenza la causa di ciò che sta cominciando ad apparire come il fallimento della nostra tecnologia. Voglio dire che ogni cosa che abbiamo fatto per migliorare il mondo è stata un successo sul momento, un impressionante miglioramento, ma sulla distanza si è rivelata distruttiva per il pianeta anche se era il tentativo di controllarlo e migliorarlo.

Sospetto che sia perché in realtà siamo troppo semplici per capire che cosa stiamo facendo quando interferiamo con il mondo naturale in modo pesante e su vasta scala. Non è che interferiamo realmente, come se fossimo qualcosa di separato che proviene da fuori, ma penso che quello che stiamo facendo è comprendere il mondo in termini di linguaggi, numeri e logiche che sono troppo rudimentali per questo compito.

(…)

Ma la vita accade e i mutamenti avvengono troppo rapidamente per questo mezzo, perché nel mondo ogni cosa sta accedendo simultaneamente ovunque, mentre noi con le nostre piccole miopi menti lo stiamo elaborando un pezzettino alla volta. Ovviamente siamo assistiti dai computer ma il computer stesso ragiona in modo lineare, come i nastri magnetici [o i supporti magneto-ottici, ndt], ancora funziona in modo seriale, seguendo una singola traccia, e suppongo che quindi la nostra difficoltà sia che abbiamo menti che funzionano così, elaborando una singola traccia, in un Universo che ha infinite tracce simultanee.

Potremmo dover arrivare all’allarmante conclusione che l’Universo è molto più intelligente di noi.

IL PARADISO PERDUTO CHE ABBIAMO PERDUTO SOLO NELLA NOSTRA MENTE

Ben vengano allora i vissuti depressivi davanti al sentirci estranei alla natura e, dunque, a noi stessi.

E ben venga la nostalgia per un paradiso perduto in cui non eravamo separati, ma appartenevano alla natura, eravamo vita che fluiva e non io rigidi e chiusi nelle nostre piccole menti.

Purché impariamo a riconoscere che il pensiero della disconnessione dalla natura è solo un pensiero, non è reale. E che le emozioni e i sentimenti di tristezza e di nostalgia ci segnalano una perdita che abbiamo creato noi stessi, credendo a quel pensiero, come fosse reale.

Ma la realtà è la fuori, fuori dalla nostra mente. Siamo dentro la natura, non ce ne siamo mai allontanati. Ci siamo disconnessi dalla realtà. Non dalla natura. Abbiamo creduto ai nostri pensieri. E non abbiamo guardato fuori.

Apriamo gli occhi e guardiamoci intorno. E ritorniamo a restare connessi con la realtà. Molliamo il nostro ego presuntuoso e arrogante, che è riuscito a metterci al centro del mondo, al di fuori della catena evolutiva. Accettando il nostro essere esseri umani dentro la natura, dentro l’evoluzione, dentro il mistero dell’universo e ritroveremo la connessione. Con la natura. Con noi stessi. Con la vita.

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