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IMPROVVISAZIONE TEATRALE E ANSIA

Diversi studi hanno rilevato che l’improvvisazione teatrale è un’attività in grado di favorire nelle persone la presenza mentale e la capacità di mettersi in gioco in situazioni sociali incerte.

Salire su un palco, davanti a un pubblico, esibirsi senza sceneggiatura, può sembrare un attività altamente ansiogena. E, in effetti, lo è.

Allora come può un’attività che crea ansia, costituire un’attività che aiuta le persone ad affrontare la propria ansia, soprattutto la propria ansia sociale?

ROVESCIARE LA PROSPETTIVA

Per comprenderlo, bisogna rovesciare la prospettiva consueta con cui siamo abituati a pensare all’ansia come un’emozione da gestire o da sconfiggere.

In realtà come ha ampiamente mostrato la ricerca in psicologia degli ultimi trent’anni, l’ansia, come tutte le altre emozioni, come i pensieri, i sentimenti e qualunque altra esperienza interna, non può né essere gestita, né sconfitta.

La nostra mente non ne ha facoltà. Le emozioni sono risposte automatiche all’esperienza e non sono sotto il controllo della nostra volontà. Non possiamo fare altro che accettarle. E questo ha una funzione evolutiva importante.

Perchè se la nostra mente avesse la facoltà di inibire le emozioni spiacevoli, dolorose, disturbanti, sicuramente lo farebbe. Con il risultato che ci priverebbe di tutta una serie di informazioni sul mondo e sull’esperienza che, invece, ci sono indispensabili per la nostra sopravvivenza.

NON POSSIAMO SCEGLIERE LE EMOZIONI

Se potessimo davvero scegliere in maniera volontaria quali emozioni provare e quali eliminare, di sicuro ci saremmo già estinti da molto tempo.

Per cui prima accettiamo che le emozioni possiamo solo accettarle, prima liberiamo tante energie per cominciare a trasformarci in una persona che ci piace essere.

Visto che non abbiamo il potere di scegliere quali emozioni provare e di eliminare quelle emozioni che ci disturbano, abbiamo nel corso del tempo, escogitato una sorta di trucchetto per aggirare l’ostacolo e riuscire comunque a tenere fuori dalla nostra vita le emozioni che più non ci piacciono.

Siamo furbi, noi! Per non provare emozioni che non ci piace provare, cosa facciamo?

Semplice! Evitiamo di fare cose che sappiamo che provocherebbero proprio quelle emozioni lì.

E poi diciamo: “Ah, ma io non sono ansioso!”

In realtà, nella maggior parte dei casi, non è che non siamo ansiosi, stiamo semplicemente evitando di metterci in gioco in situazioni che ci potrebbero provocare ansia.

Ad esempio, se volare mi causa ansia e io quell’ansia proprio la voglio tenere fuori dalla mia vita, che faccio? Non prendo l’aereo.

Bene! A prima vista, questo sembra un sistema geniale! Da premiare il primo che lo ha inventato. Come mai non ci abbiamo pensato prima?

Se non voglio soffrire per amore, evito di coinvolgermi in relazioni sentimentali.

Se non voglio arrabbiarmi, cerco di evitare tutte le situazioni che possono diventare conflittuali.

Perfetto! Peccato, che questo sistema ha uno svantaggio secondario enorme. E neanche tanto secondario, in effetti.

GIOCARE A NASCONDINO CON LA VITA

Una delle cause principali di sofferenza psicologica è la tendenza a evitare esperienze importanti, significative, per evitare di provare emozioni, sensazioni, sentimenti spiacevoli.

Io la chiamo “giocare a nascondino con la vita”.

Le conoscenze più moderne della psicologia indicano, invece, sempre più chiaramente che il benessere psicologico ed esistenziale deriva soprattutto dalla capacità di lanciarsi nelle esperienze accettando di pagare i costi emozionali che comportano. anche se spesso non è facile e quando non ci riusciamo possiamo provare a essere comprensivi con noi stessi e riprovare.

APRIRSI ALLE ESPERIENZE TRASFORMANTI

Cosa succede, infatti, se comincio a evitare tutte le situazioni in cui so che potrei provare quelle emozioni lì che tanto desidero non provare?

Succede che comincio a evitare esperienze che possono essere importanti per me, per la mia vita. La mia vita comincia a perdere di senso. E di bellezza.

Per evitare l’ansia che mi dà volare, non prendo quell’aereo che mi porterebbe a fare quel viaggio che ho sempre desiderato, a fare quel lavoro che ho sempre sognato fare, a raggiungere il mio partner, mio figlio, una persona cara, che vive lontano.

Non proverò ansia, va bene. Ma quanto mi costa?

Ma una vita piena, ricca di senso, che valga la pena di essere vissuta, è una vita piena di esperienze, incontri, relazioni.

woman looking at the map

E allora ecco che si capovolge la prospettiva. Stare bene psicologicamente non significa gestire l’ansia. O essere in grado di eliminarla. Come non significa gestire le altre emozioni, i sentimenti, i pensieri. O essere in grado di eliminarli a comando, a nostro piacimento.

VIVERE NONOSTANTE

Stare bene psicologicamente significa sforzarsi e trovare il coraggio di buttarsi in esperienze che potrebbero anche comportare emozioni, sentimenti, pensieri disturbanti, se queste esperienze sono importanti per noi, se rendono la nostra vita più ricca, bella, piena, interessante, degna di essere vissuta.

Stare bene psicologicamente significa vivere, mettersi in gioco, NONOSTANTE.

Nonostante l’ansia, nonostante la rabbia, nonostante, la tristezza, nonostante i pensieri sospettosi, scoraggianti, giudicanti, nonostante i sentimenti dolorosi.

Significa accettare di pagare il costo emozionale che esperienze importanti comportano.

Accettare di pagare il costo emozionale che una vita vissuta pienamente comporta.

Significa non agire secondo un copione prestabilito, schemi formali fissi, dialoghi già scritti, ma scegliere di volta in volta come rispondere, come agire, come comportarsi. Sulla base non di un pre-giudizio, di una regola rigidamente predefinita su un modello astratto, ideale, ma sulla base delle informazioni specifiche che stiamo ricevendo in questo momento.

E per riuscire bisogna accettare di esserci. E sforzarsi di esserci. Essere dentro l’esperienza che si sta vivendo, non con la mente da un’altra parte. Esserci dentro la relazione, anche quando è difficile, non da un’altra parte.

E per esserci, per essere presenti, bisogna essere concentrati più sull’altro, sull’esterno, sul mondo, che su noi stessi. Bisogna guardare l’altro, guardare il mondo. Ascoltare l’altro, ascoltare il mondo. Costantemente. Prestare attenzione. Non permettere alla mente di andarsene per i fatti suoi. E quando lo fa, riacciuffarla e riportarla con i piedi a terra, ben piantati nel presente.

Bisogna aprirsi. Lasciare all’altro, al mondo di mostrarsi, di toccarci, di entrare in noi. Di cambiarci, anche. Di trasformarci.

Perchè solo le esperienze trasformanti sono le esperienze che contano nella vita.

E le esperienze trasformanti vengono solo dall’arte di “fundere ex tempore” i dialoghi e le azioni, come diceva Cicerone (De orat. III, 194) ricordando l’abilità di Antipatro di Sidone di improvvisare versi di ogni metro.

Nella vita.

Come nel jazz.

Come nell’improvvisazione teatrale.

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